Estinzione

Compie sempre lunghi viaggi chi non sa mai dove andare, ma non ne gode, non è mai soddisfatto di quel che vede perché confessa a se stesso di non aver mai avuto il desiderio effettivo di voler compiere un viaggio, vuole solo spostarsi, trovare una libellula che possa incantarlo, forse ubriacarsi in un bar di periferia, fumare in libertà nelle vie e nei deserti, alle pendici del monte, dove non udirà la sua amata che lo chiama perché è lontana, ma sentirà un richiamo dal ventre che gli parrà essere la voce di lei, allora si alzerà e comincerà a correre fra le tamerici grigie verso una direzione sconosciuta, tagliando il deserto di sabbie rosse a metà, in obliquo, da un’angolo all’altro, anche se il deserto non ha angoli, la via più corta per giungere da qualche parte, nell’unico luogo che egli ha davvero desiderato raggiungere, sfuggendo via lontano da mete indesiderate, da destini casuali che gli sono piovuti addosso e sotto i piedi, torrenti di lacrime dal cielo che si cristallizzano in monumenti e case e poi anche altro, foreste di pini o mari increspati sotto il vento, l’osservatore dalla riva guarda ma non riesce a vedere, si scaglia pacatamente contro un panorama e non può stravolgerlo, non riesce, non ci prova neanche, si fa trascinare in basso dalla gravità, si fa lanciare dal vento e dalla sua leggerezza nei marosi e nella quiete dei prati, nelle voragini minerarie, nelle scogliere geometriche, attraverso i misteri costitutivi del nostro universo, dove oltre a qualche cieco viandante nessuno ha mai osato mettere piede, perché si sa, non si sa, si deve, non si può, non è bello ma piace non saper mai dove andare, dove sbattere il cranio e fendersi la fronte, ma io lo so, tu stai sempre affacciato alla finestra perché speri un giorno di avere coraggio a sufficienza per infrangere il vetro con una testata, ci hai già provato tante volte dopo le ubriacature quando nessuno ti veniva a cercare ed eri contento perché finalmente tutti avevano capito cosa significano i tuoi ritiri e le tue fughe silenziose che non sono altro che grossi cartelli con su scritto lasciatemi in pace per qualche istante ma che la gente non sa leggere e quindi stupita nel vedere una scritta incomprensibile si avvicina e chiede informazioni non trovando giustificazione ragionevole per un uomo che sta fisso di fronte al vetro della finestra a cui talvolta se nessuno lo vede o lo sente prova a tirare una testata anche se non ha la tecnica né la forza neanche per infrangere uno specchio in cui ormai non si riflette altro che la sua figura solinga e smagrita senza nessuno al suo fianco che la chiami o che le dica amore o che gli carezzi le orecchie e i capelli o ancora che gli baci le guance la fronte gli occhi mentre lui non li schioda un istante dal suo riflesso e dalla sua faccia sola abbandonata alla vastità incommensurabile di un vetro riflettente che serve solo a ricordarti quanto crudele sia talvolta la tua esistenza quando ti trovi nel deserto e non senti chiamare ma vuoi cominciare a correre anche se non senti una voce che eppure in qualche luogo sperduto del mondo deve esserci e deve chiamare il tuo nome proprio il tuo e non uno diverso e allora saprai di non aver solo perso del tempo se qualcuno nel fondo del suo ventre fa squillare una miscela di vocali che rimanda a te alla tua immagine al tuo volto al tuo calore e alle tue emozioni alla tua felicità che vuole garantire in nome della sua vita anche se sa che non vale niente nella macedonia delle follie umane senza una buona ragione per emergere e scappare e lasciare tutto e abbandonare gli immeritevoli al loro destino mediocre e non avere rimorsi per averli lasciati perché si starà meglio lontani senza nessuno che sappia o che giudichi con pietà e sentenze improbabili il nostro operato e la nostra disperazione nel vederci tutti rannicchiati sotto una coperta scura per nasconderci dalle luci rosse e blu della polizia che è venuta a cercarci perché abbiamo contravvenuto a una regola fondamentale e non possiamo proprio non si spiegano neanche come sia possibile che ci sia balenata in mente una simile idea e che abbiamo avuto il coraggio o la poca lungimiranza di gettarci al suo seguito per raggiungere vette di chissà quale altezza o sprofondare negli abissi con l’illusione di salire sempre più in alto fino ad elevarsi oltre il limiti dello spazio e dell’universo dove il pensiero raggiunge una dimensione inaspettata e non può nemmeno pensare ai problemi di questa mattina di ieri dello scorso mese o di un anno intero perché si dimentica dell’indimenticabile e lava la nostra anima facendoci superare ogni ostacolo che di norma incontrava la mente nel voler passare oltre l’esame andato male o il ragazzo che ci ha lasciati o l’insoddisfazione di non aver investito sulle strisce pedonali il nostro nemico sorgente di ogni male quando ne avevamo l’occasione o l’impossibilità di un desiderio cui abbiamo permesso di diventare più grande di noi senza pensarci troppo o forse pensandoci in continuazione accrescendo anzi le sue dimensioni con pensieri sbagliati giustificati come buoni e retti o con sofferenze vitali tramutate in piaceri che non fanno più dormire talmente sono grandi pur nella loro cattiveria che è l’unico angolo in cui troviamo salvezza dalla banale vuotezza della nostra vita. È tempo di respirare.

Ivan Lejeune

Arancione e giallo.jpg

Scena di sesso gratuita

Non ho tempo da perdere, il tempo di un caffè lo trovo solo se scavo a fondo nelle mie tasche. Mi fai piangere, sono terribilmente stanco di rincorrerti nei vicoli in cui mi sono sparato. Sull’asfalto bagnato in mezzo al mio sangue e alle mie gambe buttate all’aria la tua figura mi biasima ancora e mi sfugge. Ho bisogno di riposare e di prendere un caffè per svegliarmi dal mio torpore pomeridiano. Sono ferito, entro con le mani sul ventre per contenere l’emorragia. Siedo sui divanetti, non c’è requie per il corpo nemmeno sulle superfici comode, lancio qualche giaculatoria, sperando di fare un canestro da tre punti. L’arbitro se n’è andato, posso tranquillamente mentire sul mio punteggio. Vorrei un tè per favore. Non ha sentito, c’è troppa gente, invece sì, la cameriera va a prepararlo. Fa terribilmente caldo, è tempo di primavera quando ancora siamo in inverno, scaglie di neve ghiacciata emergono come dita dal terreno, aggrappandosi negli angoli d’ombra per non essere sepolte e sopraffatte dal calore. Una guerra senza esiti sorprendenti. Anche il più violento dei tiranni sarà vinto dall’innocenza crudele di un fiore e da un po’ di caldo. Il corpo quasi esanime dell’inverno si solleva appena mosso da sospiri, apriranno il tendone scuro e morirà. Io non sono l’inverno. Morirò come tutti senza tornare, inghiottito nel vortice delle passioni e dei rimpianti. La prossima volta voglio nascere stagione e non mese. Potrei permettermi così un cappotto più dignitoso. Latte o limone? Doppio zucchero, grazie. Mi serve una sola bustina. La razione di zucchero è tripla. Perfetto, la metto tutta nel tè. La cameriera non mi guarda mentre sorseggio, è affaccendata a pulire la macchina del caffè. Il mio amaro è molto forte, dovrei smetterla di bere alcolici dopo pranzo. È libera, di sicuro, ha la faccia dei gatti quando stanno alla finestra ad aspettare il padrone. Ne vuoi un po’? Non sta di certo chiedendo a me. Chiedo a te, ne vuoi un sorso? Una richiesta, non un’ordinazione, smetti di fare la vittima del tuo mestiere, vieni a sederti qui accanto. Questa sedia è scomoda. Non c’è clientela, si guarda intorno smarrita. Bisogna sempre accettare una birra dagli sconosciuti. Non mi piace la birra rossa. È solo una scusa, prenditi quello che vuoi e vieni a sederti. Si prende un’aranciata, poi viene al tavolino con la tazzina in mano. La prendi senza zucchero? Sì, preferisco quand’è amaro. Da dove vieni? Da quanto non me lo chiedevano. Da dove cominciare? Da ieri vivo in questa città, non conosco nessuno. La cameriera sembra sorridere, ma forse è solo una deformazione della faccia dovuta all’amarezza del caffè. Non hai voluto lo zucchero? adesso soffri in silenzio, non voglio sentirti gridare, quello ferito sono io. Mi hanno amputato una gamba, mia moglie è morta di ruggine, capita spesso a quelli che si fanno piovere addosso. Mi dispiace, no, non è vero, non mi dispiace. Brava. Ha il volto dell’innocenza. Non mi importa solitamente quando le donne fanno finta di essere uomini. Questa volta però è diverso. La tua barba incolta è molto attraente. Mi guarda con uno sguardo penetrante. Così tua moglie è morta? Il suo baffo si increspa ad ogni parola. Mio marito è morto, anche se non mi sono mai sposata. Non so se sia opportuno parlare così a un cameriere. Potrei confonderlo, già è ubriaco. Il bar continua ad essere deserto, un buon momento per andar via senza essere visti. Potresti venire a trovarmi sta sera, abito qui accanto. Dove? In piazza affari, due minuti a piedi. Va bene, ti aspetto in macchina, si toglie il grembiule, lo getta a terra in una pozza di sangue, accidenti, mi sono dimenticato di tamponare la ferita. Spegne le luci, chiude la porta a chiave. Usciamo dal retro. Non lavori più? Chiudo alle sette, sono già fuori orario di cinque minuti. Ha una bella macchina. Non sei fidanzato vero? No, sono sempre stato single. Perfetto, vai sempre avanti, imbocca la statale e poi ti dico dove andare, sono circa otto chilometri. Pensavo stessimo andando a casa tua. Casa mia è più vicina, sono solo venti metri in trenta minuti, passiamo per la strada lunga. Il tramonto ci fa da sfondo mentre ci spogliamo. Niente di più facile. Si toglie il reggiseno, non passa nemmeno per fasi d’istituto e regionali, vuole subito andare alla finale nazionale. Mi sento violata. Non mi hai neanche preparato un caffè, dovevo svegliarmi e mi hai drogato con la birra, sei la peggior cameriera di sempre. Non le dispiace che le parli così, si scopre le gambe e resta in mutande, a far mostra dei suoi addominali soffusi di villi in attesa che io sciolga la mia chioma fluente. Preferisce farlo senza costrizioni di sorta. La normalità mi annoia, preferisco da dietro, lei da davanti. Io rimango tremula in un angolo del letto, con il lenzuolo tirato sopra il seno, stare nuda davanti a lui mi imbarazza. Che fai? So che mi hai invitato al tavolo solo per questo. Mi carezza le guance, la mia barba gli graffia le mani. Mi bacia e non se ne va più. Ha labbra morbide, piene di carne, occhi chiari e chiusi cui cola il trucco. Piange, si asciuga le lacrime con le dita affusolate, ha lo smalto verde. Mi si getta sul petto e mi abbraccia, odio quando mi chiedono del romanticismo. Le carezzo i capelli, lei comincia a baciarmi ovunque, passano ore, forse è quasi mattina, mi sta ancora baciando, ho la pelle piena di segni e lo stomaco aperto da uno squarcio vermiglio. Non resta che perdersi e non ritrovarsi. È stato un piacere. Che fai? Esci a fumarti una sigaretta sul balcone? Risparmiami queste banalità, fuma sotto la cappa del mio abbraccio, gettami addosso la cenere e quando sarà finita rimani ancora, voglio restare con te per sempre. Le cosce nude si sommuovono sotto le lenzuola come talpe. Ho un seno più piccolo del suo, questa cosa le piace tremendamente. Nessuno dice niente, restano carezze sul collo e sulla testa, le immergo le dita in profondità nei capelli e li sento crescere, diventare il mio tempo. Non ho più bisogno dell’orologio, il tuo calore è l’unico impegno che ho. Restami vicino. Devo andare. Si alza, indossa le mie mutande, la mia camicia, mi lascia nuda sul letto, con i capelli scarmigliati, la bocca asciutta e la voglia di tornare a casa. Si è approfittata di me, mi ha invitato al tavolino solo per portarmi a letto. Lo sa bene. Finisce la sua aranciata. Me ne vado, non ho più tempo, ho molte cose da fare. Di già? Sì, arrivano clienti. Ma non abbiamo finito, devo ancora rivestirmi e poi non posso andare al lavoro così, devo farmi una doccia rapida, radermi, truccarmi. Ne vuoi ancora? Rifacciamolo domani. Domani sarà diverso, domani mi conoscerai. Era una scena gratuita, la tua delusione è tutto quel che volevo.

Ivan Lejeune, 15 febbraio 2017

Per la libertà di Novembre

Lettera pubblicata il 23 novembre 2016 sulla gazzetta di Bouville:

Le strade si apprestano alle celebrazioni: luci, decorazioni, colori e fiocchi, abeti e infiniti altri accorgimenti per togliere alle strade la loro funzione di semplici passaggi e trasformarle in autentiche bomboniere natalizie. Nella piazza spunta anche un abete e accanto al teatro romano appare un mercato di lappone parvenza. Tutto questo accade oltre un mese prima del Natale, prima di quell’avvenimento che ci rende tutti un po’ più gioiosi, o almeno ci fa credere di esserlo. Novembre dall’alto delle sue nebbie si indigna, nessuno ascolta il suo pianto fatto di foglie morte e di piogge, nessuno vuole dargli lo spazio che merita e lasciargli la sua dignità di mese autunnale. Bisogna assolutamente trasformarlo in una propaggine del festoso dicembre, sembra impossibile aspettare pochi giorni di più, attendere che la città, la nostra meravigliosa città, Bouville, si travesta del suo effimero costume fatto di bagliori e inganni. Novembre non ci ha mai chiesto nulla, ci ha sempre ricordato con la sua insostenibile presenza la nostra fragilità di uomini di fronte all’infinito, al dubbio e al mistero della morte. Novembre si rassegna ogni anno al suo destino, ci guarda dall’alto con una benevolenza affettuosa e con un monito straziante, che noi preferiamo nascondere coprendolo con strati di palline rosse, angeli e stelle dorate. Questo è solo nascondere la polvere sotto il tappeto, è solo cantare una canzonetta sui tamburi di guerra e far finta di non sentirli. Bouville doveva essere un baluardo dell’autunno, l’ultima difesa prima del gelo di dicembre, l’estrema muraglia che difende fino in fondo la nostra dignità di esseri umani e che innalza la forza titanica che ci permette di resistere e di sorridere senza bisogno di ingannarci con prospettive di prospere eternità. Bouville doveva essere lo specchio delle montagne ingiallite, ancora per poco, ma non abbiamo avuto la pazienza di aspettare per buttare lungo tutte le vie le luminarie, appese ai muri delle case a guisa d’impiccati. Non sarà certo il Natale a farci felici, né la nostra impazienza. Siamo soltanto troppo vili per poterlo ammettere. Basterebbe guardare in alto, non vedere il cielo, e accorgersi di quante meraviglie ci abbia donato l’autunno, senza il bisogno impellente e capitalistico di portare il Natale in mesi che non gli appartengono.

Ivan Lejeune

Un lungo lamento, scritto male

(Dal “Trittico degli amori impossibili”, parte II)

Il professore aveva avuto un brutto risveglio quella mattina, tra gli squilli della sveglia e le testate del gatto che reclamava la sua colazione. La bottiglia vuotata stava ancora inerme sul pavimento, in mezzo ai vestiti gualciti che si intrecciavano con le calze spaiate e i piedi del comodino, accanto al letto ampio e vuoto, di cui il professore riempiva solo la parte sinistra, accucciandosi su un fianco. La sera prima aveva bevuto, più del dovuto, su settimana non se lo poteva mai permettere, neanche il giovedì sera. Il giovedì era un giorno infame, si avvicinava la domenica, si avvicinava il giorno di riposo, il giorno in cui poteva anche stare a letto ubriaco fino a metà pomeriggio a leggiucchiare qualcosa o riflettere supino. Il bagno rosso in cui annegare i propri dolori era un privilegio del finesettimana soltanto, gli altri giorni non poteva, doveva mantenere il contegno richiesto dalla sua carica. Presentarsi davanti agli alunni nelle squallide condizioni della post-ubriacatura non era ammissibile, non ci sarebbe stato dolore o frustrazione sufficientemente grande che potesse giustificarlo. Ma questa volta si era davvero lasciato andare. Due bottiglie di rosso e dell’amaro. Tutto da solo. Non aveva mai retto bene gli alcolici, e bere con costanza non lo aveva aiutato a migliorare sotto questo punto di vista. Da quando era diventato professore aveva dovuto contenersi, cinque giorni se li era dichiarati intoccabili, magari un bicchiere mangiando, ma nulla di più. Solo il sabato e la domenica erano destinati alle ubriacature, pesanti e deplorevoli, che sfociavano sempre in pianti, o talvolta in furiosi impeti contro gli oggetti che gli stavano attorno. Aveva rotto una bomboniera di cristallo di sua madre una volta. Non era stato facile scoparne via i cocci e gettarli via. Ma non poteva permettersi di rimanere attaccato a quei vuoti orpelli, il professore era un uomo che andava oltre, che viveva di ideali e non di denaro, che conduceva una vita eterea e fluida, lontana dal materialismo al quale tuttavia non poteva rinunciare in quanto uomo. Malediva la società ogni volta che gli cadeva il telefono di mano, ogni volta che batteva il mignolo contro lo spigolo, ogni volta che tutto l’alcol che ingeriva non riusciva a tenerselo in corpo. Da giovane bestemmiava, poi quando ha capito che Dio non esiste ha fatto un salto di qualità, passando ad insultare il sistema odioso nel quale stava irrimediabilmente incastrato. Dargli del cane, della bestia, dell’infame, del porco era una soddisfazione che non gli si poteva togliere, era la sua piccola rivoluzione, il suo ’48, la sua breve protesta, sedata sul nascere perché nessuno le dava ascolto. Il governo concede le costituzioni se si protesta, il mondo concede il vino. E al professore andava bene così. Prima di cena usciva con suo fratello o con qualche amico, comunque sempre in due, andavano a fare aperitivo nel bar sotto casa, un posto rustico ma non sporco, poco accogliente ma onesto. Sempre il Barbera, lì ne avevano uno buono. La cena variava, o da solo a casa, o con qualcuno in pizzeria, se faceva caldo andava bene anche una pizza al taglio su una panca, con la bottiglia di birra comprata in gastronomia a poco prezzo, quella birra cattiva ma sempre utile per conseguire gli scopi che erano sempre ignobili, che fossero raggiunti con lo champagne o con sciacqua di luppolo. Poi la sera finiva sempre in camera da letto da solo, in mezzo a pile di libri, tra i suoi Dostoevskij e i suoi Goethe, tutti lì seduti su un paio di pagine aperte a fargli compagnia. Raskolnikov confessava a Razumichin il suo omicidio attraverso un silenzio profondo, con uno sguardo che doveva essere di un’intensità rara. E Razumichin guardava e capiva, senza parlarsi si dicevano tutto e come per magia diventavano fratelli. “Che meraviglia” si diceva il professore ogni volta che leggeva quel passo. Un fratello lui ce l’aveva, faceva il dirigente d’azienda, era più ricco, più bello, più felice, più sposato di lui. Ma non aveva gusto per niente, non sapeva leggere, non sapeva esprimersi a parole, solo attraverso numeri, cifre, prezzi, tassi e percentuali. “Che brutta vita” si diceva il professore. Così sfarzosa e vuota. A cosa valeva? A occupare spazio sulla mensola e a impolverarsi, senza troppe storie, a far mostra di sé e a fare invidia agli altri che passavano e guardavano. La casa del professore era piccola e in periferia, viveva al secondo piano, non aveva la televisione né la radio, piena di libri e giornali, piena di carta e vetro di bottiglia fino a scoppiare, disordinata e confusionaria come la mente dell’uomo che vi abitava. Ci teneva alla pulizia, ma non all’ordine. Lavava sempre il piatto dopo aver mangiato, il bicchiere dopo aver bevuto, però non li metteva a posto se non aveva voglia. Passava la polvere di tanto in tanto, ma non spostava gli oggetti dai loro posti, così che sulle mensole rimaneva sempre una piccola porzione impolverata. Non vi aveva mai portato una donna, se non una sua collega, intellettuale come lui, che non si impressionava per niente. Aveva avuto una vita dura e piena di delusioni, era sposata con un uomo che non amava e che non la amava, aveva perso i genitori lo stesso giorno in un incidente e non poteva aver figli. Il marito non la lasciava per pietà, lei non lo lasciava per paura. Si salvava con i libri anche
lei. E con la Divina Commedia. Non credeva in Dio, ma pensava che amando all’inverosimile il poema sarebbe comunque stata assunta in paradiso, qualora ne fosse esistito uno. Forse aveva solo troppa paura di affermare la propria idea, perché era un’idea troppo crudele. Dopo la morte sperano tutti che vada meglio, chi si disillude perde il più grande piacere della vita, sperare nella felicità eterna. Neanche il professore credeva a queste cose, lui voleva la felicità terrena, e sapeva dove trovarla, da cinque anni ormai ne aveva la certezza. L’aveva vista passare in un ristorante, lui si sedeva mentre lei usciva. E si era fermato a guardare quel piccolo brano di infinito, quel pezzuccio di felicità e meraviglia, tutto racchiuso in un corpo meraviglioso, esaltato dalle vesti non eleganti, che al professore piacevano tanto. “È molto brutta” commentavano i pochi amici a cui l’aveva mostrata. In fondo era vero, non era bella, ma aveva legato a sé gli sguardi e i pensieri del professore, che non era più stato in grado di scostarla dalla sua mente. In verità il loro incontro si era svolto con una certa dose di imbarazzo. La donna passava fra i tavoli, cercava di mettersi la giacca, intanto il professore la guardava incantato e non si rendeva conto che anche lei lo guardava, con espressione interdetta e forse anche leggermente spaventata. E quella fu la fine del professore. Cominciò a rivederla ovunque, anche a scuola, dove fu assunta come bidella due anni dopo. Poi nelle strade, nei negozi, nei bar e sulle panchine. Neanche Hugo era così bravo a far incontrare sempre e ovunque due personaggi. “È destino” si diceva il professore vedendola di continuo, dicendo l’opposto di tutto ciò che aveva sempre creduto nel corso di una vita. Dopo tre anni lo sapeva, se ne era innamorato. Pazzamente, e non poteva fare a meno di pensare a lei, a cosa stesse facendo in quel momento, a che cosa pensasse, a cosa desiderasse. Non se la schiodava dalla testa. Non era sposata, questo era il punto che lo faceva impazzire. Pensare che in ogni momento potesse essere sua era un pensiero meraviglioso. Avevano iniziato a salutarsi, a parlarsi un po’, a scherzare. Lei rideva. Ed era così bella, “menomale che agli altri sembra brutta” si ripeteva il professore ridendo con lei. Invece i suoi sogni di miele diventarono di fiele quando scoprì che non era l’unico ad essere cieco davanti al suo aspetto, non era il solo a vederla bellissima. Un’altra donna era stata capace di tanto. E lei stava fra le sue braccia, la baciava, la carezzava, forse viveva nella sua stessa casa, dormiva nel suo stesso letto. Quel giorno il professore capì cosa sono le piccole morti. Morì sul colpo, nel corridoio, piegandosi sulle ginocchia sciolte, stramazzando con l’anima a terra, sommerso da una cascata di ciottoli e pietre, di fuoco e ferro, di lava e di piccoli cristalli. Piovevano ceneri nella scuola, dopo i consigli di classe, quando non c’è nessuno in tutta la struttura e le bidelle non hanno niente da fare. Piovevano davvero fiocchi di cenere e lava. La nuova Pompei, tutta nel cuore del professore, che si sarebbe fossilizzata e sarebbe rimasta così nei secoli dei secoli, amen. Cercava di consolarsi, si diceva che in fondo le amiche tra loro si abbracciano, si scambiano queste effusioni per far sentire il loro affetto. Ma le amiche non si baciano nel gabbiotto della bidella. Questa era un bruttissima abitudine che le amiche non avevano. Il professore odiò tutte le amiche. Telefonò subito al preside, il giorno dopo non sarebbe venuto a scuola, stava male. Troppo male. Telefonò a suo fratello e gli disse di venire a casa sua, stava male. Troppo male. Telefonò alla sua collega disillusa e le disse di non prendersi impegni e di portare tutto il vino che poteva trovare lungo il tragitto fino a casa sua, stava male. Troppo male. E il male doveva morire di morte violenta, annegato in un mare di vino, tenendogli con due mani la testa sotto. Ma il male non respira, non muore, sa solo vivere e tormentare, il male non va in vacanza, non si siede a riposare, non si ferma a prendere fiato. Non ha neanche fiato da perdere, non ha un corpo da colpire, da distruggere, da seviziare. Il male non ha niente, ha solo una forza tale da poter deviare completamente la mente di un uomo. E così fa l’amore, così fa il dolore, così fanno tutti quegli dei che dall’alto del loro Olimpo si prendono gioco delle nostre anime facendoci peregrinare per tutta una vita per niente. Ci fanno soffrire per morire, per nient’altro. E anche l’amore, sotto la sua corona d’oro zecchino nasconde il volto malefico di carnefice. L’amore è terribile, fa il doppiogioco, e come tutti i doppiogiochisti alla fine fa del male. E in tre fra Dostoevskij e Goethe annegarono loro stessi senza ritegno, fra chi dice che quando l’uomo diventerà Dio allora tutto sarà permesso e chi pensa che se l’uomo prova soltanto a paragonarsi a Dio trascorrerà l’eternità nelle viscere della terra. In tre non andarono a lavorare il giorno dopo.
Gli alunni guardavano il professore seduto alla cattedra, in silenzio. Era entrato senza borsa, con le occhiaie, la giacca aperta e la barba vecchia di qualche giorno. Gli occhi rossi stavano fissi sul piano verdognolo della
scrivania e ciondolavano prima sui ragazzi, poi sui loro banchi pieni di libri che non avrebbero mai letto, poi di nuovo sul piano verde. Puzzava di vino. Doveva pur dire qualcosa, qualcosa di istruttivo, e che non fosse “non bevete troppo su settimana”. I ragazzi di dolore cosa ne sanno poi? Bevono perché amano sentir girare la testa, perché è divertente, perché sembri grande e la gente ti guarda con ammirazione. Non sanno cosa sia davvero il dolore. Il romanticismo deve ancora toccare le loro anime sciocche e vuote, e quando le avrà toccate si dibatteranno come pesci sulla riva per sperare che un pescatore li riempia di botte anziché lasciarli morire soffocati. Per ora stanno lì, a scuola perché devono anche se non vogliono, senza sapere bene perché sono lì e a cosa serva tutto quello. Fare l’insegnante talvolta è un lavoro ingrato. Sarebbe così bello insegnare la disillusione, insegnare che la vita è dura e violenta, che la vita ti rapisce e ti scuote, ti sbatte con forza e non ti abbandona fino alla fine. Commettiamo tutti suicidio, prima o poi è inevitabile. La morte naturale non esiste. La felicità non esiste, esistono solo maschere, messe al posto giusto sui mille volti acerbi che il dolore ha da offrirci. Però non puoi spiegarlo ai ragazzi, devi conservare la loro innocenza e lasciare che si corrompano da soli, sciolti dai vari fuochi che possono distruggere la nostra cera. Illudere è sempre meglio, è meno doloroso, più conveniente, rimandare le cose a più tardi è un ottimo modo per credere di averle superate. Tanto ritorna tutto. Il professore pensava queste cose con indicibile rapidità e avrebbe voluto sbatterle tutte in faccia ai ragazzi, senza che capissero, perché i ragazzi non capiscono mai nulla. Gli veniva da piangere. Prese fiato e disse che Dostoevskij era un genio, che Ivan Karamazov aveva capito tutto della vita e che alla fine finiamo tutti a fare i conti col diavolo. Questo si può dire, se è contenuto in un romanzo tutto si può dire. E poi continui a spiegare cosa si racconta, cosa dice quello scrittore in quel libro. A loro basta saperlo ripetere, poi lo dimenticheranno, e assieme al contenuto dimenticheranno anche l’insegnamento. I ragazzini sono davvero forme spregevoli di vita. Ma la campana arriva sempre, arriva per i ragazzi, arriva per i professori, per le bidelle, per le segretarie, arriva per tutti. Si esce nel mondo vero, dove la conoscenza non serve a niente, basta saper campare, e anche se non tutti lo fanno bene c’è comunque chi riesce a sopravvivere facendolo male. Nell’illusione di far bene si può andare avanti per secoli e millenni. “Guardate Dio, prendete esempio da lui…” vorrebbe dire il professore, ma poi lo pensa soltanto, se la ride, si immagina cosa ne direbbero i ragazzi. Ci sono sempre i quattro alunni della prima fila che si appuntano la frase sul quaderno senza capirla, i tre della seconda fila che sorridono, hanno capito la finezza del professore e la accolgono con un tacito assenso, poi ci sono i cinque cattolici della terza fila a destra, quelli che si indignano e si sforzano di mostrare le loro facce contrariate, senza sapere veramente in cosa credono. E dietro di loro poi si estende il mare degli indifferenti, di quelli che non sanno dire niente di più del loro nome, quelli che credono che far spallucce sia la risposta a tutto, che evitano di fare il male ma non fanno neanche il bene. Se Socrate vedesse farebbe pulizia. Ma la farebbe seriamente, e non ci sarebbe cicuta che tenga. Ma ne uscirebbero altri di indifferenti in giro da correggere, ne uscirebbero da sotto le pietre, dalle chiome dei platani, alla faccia di Ippocrate, dalle polveri e dai carboncini. E un Socrate non basterebbe più. Ma si vede com’è andato il mondo anche con un Socrate che l’abbia abitato e scosso. È davvero servito? La campana è arrivata anche per lui, anche in Accademia e anche nel Liceo finivano le lezioni, quello è certo. Anche allora c’era il momento in cui tutti dovevano uscire e stare faccia a faccia con la realtà. E ogni giorno era una scelta, tra l’illusione o la disillusione. La cicuta subito o più tardi. Di qualcosa bisogna pur soffrire. I ragazzi uscivano in massa, tutti con i loro zaini colorati, le giacche e le sciarpe, tutti fuori a respirare un po’ di aria buona. Il professore in mezzo a loro iniziava a riprendersi dalla sbornia del giorno prima, pensava a dove andare a mangiare. Forse in un bar, dove i tavolini ballano e i piatti non sono troppo puliti. Costa poco, puoi appoggiare i gomiti sul tavolo, nessuno ti dice niente. Il cameriere magari ti guarda quando bevi dalla bottiglia e non usi il bicchiere, ma non ti importa, non puoi chiedergli di non giudicare, se fa bene il suo lavoro. Al professore piacevano quei posti, dove magari puoi anche leggere il giornale con le ditate unte dei vecchi che hanno bevuto il vino prima di pranzare e non si sono lavati le mani dopo essere usciti dal bagno. Il professore non era sicuro che questo gli piacesse, amava piuttosto il corollario, l’insieme dei caratteri e degli aspetti. Dopo pranzo avrebbe dovuto vedersi con suo fratello. Lui sarebbe arrivato con la giacca buona del lavoro, con i capelli ben pettinati e la barba fatta quella mattina stessa, orologio e bracciale, camicia sbottonata in cima e colletto aperto, profumo da uomo di successo. Anche lui in fondo è rimasto un
ragazzino, non ha mai capito davvero cosa significhi soffrire. Le cose che vuole ce le ha perche è ricco, e i soldi comprano anche le persone, per quanto sia crudele e antiretorico dirlo. Non avrà mangiato al tavolino traballante nel piatto sudicetto, ma qualcosa di più sostanzioso e caro, in un posto più pulito. Ma non importa, per avere una vita vuota e leggera c’è un prezzo da pagare, ed ecco una spesa che i soldi non possono coprire. Ma fra il professore e suo fratello c’era ancora un panino caldo, un buon caffe, una mezz’ora di respiro senza la sua nauseante presenza. Irrimediabilmente poi, come le peggiori pene, sarebbe arrivato. E come tutte le pene se ne sarebbe andato. Infatti eccolo sulla porta del bar a guardarsi intorno, quasi spaesato, non è un uomo che conosce realmente le strade, le percorre solo per arrivare in altri posti, lui non le vive. Non è solo in giacca e camicia, ha anche un nuovo taglio di capelli, ridicolo, ma che tutte le donnine del suo ufficio avranno elogiato come l’ottava meraviglio di questo maledetto mondo.
«Sei in ritardo. Sono dieci minuti che ti aspetto fuori». Il professore si trattiene, biascica la risposta che tanto suo fratello non avrebbe la pazienza di ascoltare, poi beve il caffè con tutta calma.
«Ti prego, non condannarmi al ritardo ancora una volta. Hai bevuto ieri, sì?»
«Certo. E con soddisfazione»
«Non dovevi farlo»
«Non dovrei fare un sacco di cose»
«Smettila. Smettila di piangerti addosso. Non andrai da nessuna parte e lo sai»
«Piangermi addosso. Ma certo, per te è solo questo, per te è facile parlare. A te non manca nulla, vero? a te va bene tutto, le donne che ti si inchinerebbero ai piedi che partono da Madrid e arrivano fino a Mosca. E che meraviglia, donne di tutta Europa, le iberiche e le francesi, le tedesche e le polacche, italiane, ceche, svizzere e russe, io lo so, tu pensi questo. Perché le donne sono cose che arrivano a fine mese per te, tu non sai cosa sia l’amore, cosa sia l’amore impossibile. A te andrà sempre bene tutto, e mi fai una pena indicibile per questo. Il tuo unico guadagno sarà sempre limitato ai soldi, ma dentro sei povero in una maniera terrificante, guardati! Io non voglio niente da questa maledetta vita, mi hanno costretto a nascere e per Dio io vivrò e dimostrerò che non mi importa, che posso sopportare, che sopravvivrò al di fuori delle vostre meschine società, dei vostri guadagni, io sarò al di sopra e non vorrò niente! Una sola cosa, dannazione, una sola! E il mondo, maledetto, me la fa irraggiungibile! Ma che male ho mai fatto io, se non quello di nascere, di macchiare con la mia vita questo mondo infame, per meritare questo, eh? Che male mai! Tu non hai idea di quante lacrime, quante notti insonni, passate vicino ai compiti da correggere, a sconsolarmi, a leggere e a scrivere, tutto per lei, per una bidella che se la fa con la collega! Tu puoi scegliere, io no. Quando ne trovo una voglio che sia mia e mia soltanto e che mi sorrida, mi baci, mi tocchi e mi accarezzi perché mi ama! È quello che io ho sempre voluto e adesso l’ho trovato, il senso ultimo della mia esistenza, il compimento delle mie felicità! Lo trovo e sta dietro un invalicabile muro. Corro per decenni e quando vedo il traguardo scopro che è irraggiungibile. Bella la nostra vita. Meravigliosa».
Il professore aveva gridato molto, nel locale tutti lo guardavano, il fratello chinava il capo, ma a lui non importava niente.
«Andiamocene, ti prego. Pago io»
Uscirono in strada, in mezzo al turbinio di persone che appesta le vie in ogni città.
«Guarda questa persone. Loro la sentiranno davvero la vita? Sapranno cosa significa davvero vivere soffrendo? Sanno cosa fare delle loro esistenze? O davvero tutti hanno trovato il loro posto e manco solo io?»
«Tutti soffriamo. A te magari non sembra, ti sei innamorato di una lesbica, mi dispiace, ma nessuno ci può fare niente. Neanche io, con tutti i miei soldi, posso farci niente. Rassegnati e finiscila»
«Ah, Caron dimonio! E guarda chi mi invita ad uccidermi!»
«Sei tu qui quello che ha le lanose gote, non io. E non parlo di morte, parlo di rinascita»
«No, tu parli di morte. E so che farò quella fine. Prima o poi facciamo tutti gibetto a noi delle nostre case, è inevitabile. Pensa la grande foresta che ne nascerà. Ma cosa sto a parlarti. Tu non capisci. Io ti voglio bene fratello mio, e davvero credo che tu sia più felice. Non ti ho mai davvero invidiato, ma qualche volta avrei voluto provare. Goditi la tua vita, perché ci sei riuscito. E dovunque io vada, mi troverai al tuo fianco, in
mezzo alla folla, forse all’angolo di strada, sarò per sorriderti, e per dirti “vivi anche per me”. Non sono bravo con le parole, non sono in grado di esprimerti la grandezza dell’abisso che mi divora. Ho avuto il tempo per uscirne, adesso non ne ho le forze. Ho cinquantasei anni, caro fratello. Cinquantasei anni e mi innamoro di una lesbica. Non sono mai davvero cresciuto»
La loro conversazione andò avanti per il resto del tragitto, assumendo toni sempre più bassi e insignificanti. Si lasciarono la sera con una stretta di mano. Il professore sorrideva.
Il giorno seguente non si presentò al lavoro, neanche quello dopo ancora. Entrarono nella sua casa, era tutta buia. Il fratello e due poliziotti la perlustrarono interamente, dalla cucina allo studio. In quell’ultima stanza trovarono un biglietto mal scritto: Dovevo rinunciare. So bene che è tardi e che è una misura estrema, ma non potevo fare altro. Vi chiedo solo due cose, di credermi e di non giudicarmi. La vita è dura per tutti, non lo è di più per me. Ero solo troppo ingenuo. Non cercatemi, perdereste tempo. Ci rivedremo un giorno, non ora, non qui, ma ultimamente mi piace sperare.
Sul tavolo stavano Dostoevskij e Goethe, seduti accanto alla lettera. Non dicevano nulla, indicavano solo il foglio e guardavano il fratello incredulo. I poliziotti avviarono le ricerche, ma nessuno trovò mai il professore. Non gli fecero una tomba, non sapevano se fosse morto o meno. Tutti si chiedevano che fine avesse fatto, i parenti, i colleghi, gli alunni, la dirigente, il barista, la signora della gastronomia. La bidella no, non sapeva neanche che se ne fosse andato.

un triste Ivan Lejeune

Presentazione a un vecchio amico

Ho avuto modo di riflettere a lungo (se ti coglie l’insonnia qualcosa devi pur ben fare). Istinto e razionalità, natura e umanità, sono tutte cose che in me si oppongono e mi obbligano a trovare un senso a quel colossale groviglio di incoerenza e dubbio che sono io. Ormai ci ho fatto l’abitudine. Alla sofferenza c’è rimedio, sempre, sono contento che tu riesca ad essere felice in ogni circostanza o che comunque tu riesca ad accettarla, questo fa di te una persona matura. Hai trovato la tua chiave, tienila stretta. Io sono ancora in alto mare, cerco il senso che mi appaghi, provo ad approdare nei porti più frequentati, ma non mi convincono, allora vado in quelli minori, dove arrivano pochi naviganti, ma mi soddisfano ancora meno. Naufrago su una spiaggia, mi costruisco da solo il mio porto, un luogo insicuro, fatto di mezze convinzioni e pezzi di verità. È il prezzo da pagare per la Libertà, a cui innalzo templi e sacrifico la mia vita. Tutto quel che ricevo in cambio è la durezza della natura, che mi costringe ad accettarla per quanto crudele essa sia, e mi obbliga a vivere secondo i suoi dettami. Non sono libero, non lo è nessuno. Non in questo mondo. Gli eroi romantici si uccidono quasi sempre, trovano nella morte il senso a tutto quanto. Io non temo la morte, ma non la invoco. A me l’assurdo piace in fondo perché traspone nello spazio quello che succede nella mia più viscerale interiorità. Mi sento a casa. Ma l’assurdo non è reale, e trovo tetto soltanto nei libri, nell’Arte regina di questo mondo, nella scultura, nella fotografia, nella musica… Alla fine la distrazione è la mia casa, la contemplazione del diverso, il desiderio dell’impossibile. Questa vita mi sembrava troppo facile?
I dadi sono imprevedibili: hanno sei possibilità, ma se li lanci in successione diventano infinite. Ne porto sempre alcuni nelle mie tasche per ricordarmi, quando li tocco con la mano, che la mia vita non è altro che una successione di lanci di un dado a mille facce. Una sera ci siamo incontrati tu ed io, io ti ho visto, anche tu mi hai visto, ma non te lo ricordi di certo. Io sì, e ti ho riconisciuto quando ti ho rivisto mesi dopo in tutt’altre circostanze. E cento volte ancora ti ho incontrato e tutte le volte mi chiedevo chi fossi e perché sul mio dado uscisse sempre la tua faccia. Ho ubbidito alla sequenza, credendo forse per un po’ che non fosse guidata dalla sorte, ma da una mente che sapeva bene quel che stava accadendo. Ti ho regalato un dado perché lo sapessi anche tu. La sorte (ma chiamala come meglio credi, questa è la mia visione) ti ha messo sulla mia strada e io non ti ho evitato. E come ho fatto bene. La Libertà dall’alto della sua statura mi strizza l’occhio, mi sorride e non parla, lei non parla mai. Io sì, parlo sempre, troppo, non so stare zitto. E se non parlo scrivo, se non scrivo disegno. Non sono capace a non esprimermi. E sono contento di poter finalmente dire a qualcuno, sentendomi davvero felice di dirlo con sincerità, “ti voglio bene”. E te lo dico prendendo un grande respiro di aria fresca che tanto mi mancava.
Non è un punto di arrivo, non so quanto mi ci voglia ancora prima di trovare il filo rosso che mi spieghi il senso di quello che da sempre ho chiamato caso. Forse sono un folle. Se penso a tutte le assurdità che ho detto e fatto, alle mie colpe, ai miei peccati, ai miei pregi e meriti, alla mia mastodontica illogicità mi viene quasi da preoccuparmi. Per ora mi accontento di sperimentare, di esplorare le più belle cose che l’umanità intera ci ha lasciato. Ci pensi? Migliaia di anni, mille secoli di inverni, di piogge, di cataclismi, di albe e tramonti, di nascite e morti, di gioie e sofferenze, di guerre e di paci, di lacrime e sorrisi. E miliardi e miliardi di uomini e donne. E tutto questo per poi arrivare a me, a te, a chiunque altro. E cosa facciamo sulla cima di questa torre? Ridiamo e piangiamo, amiamo e moriamo come tutti gli altri. Che meraviglia. Quante cose ci insegna la bellezza. E io mi prendo la libertà di dire che soffro? Davvero, posso permettermelo? Abbiamo tutti una buona ragione per qualsiasi cosa, non c’è niente di assoluto a cui obbedire. La sofferenza arriva come punizione per aver disubbidito a quelle immutabili disposizoni naturali che radicano il nostro animo nella nostra unicità. Ma va bene tutto, adesso non importa niente. L’incoerenza troverà le sue ragioni, si siederà sulle vestigia del glorioso passato finché non arriverà la morte anche per lei.
E poi niente, quello che volevo dire l’ho detto, certo non è tutto, per dire tutto ci vorrebbe tutto il tempo, ma il tempo non è tutto. Che confusione. Solo così, per dire grazie quando è proprio bello dirlo.
Sono contento di non aver tirato di nuovo quando il tuo viso è apparso sul dado. Sono contento di averti trovato.
Troverò le risposte, mi dirai un giorno cosa pensi.
Questo sono io. Piacere.

Ivan Lejeune

(si consideri questo scritto come in gran parte autobiografico)

Mobili e leggere

Il pomeriggio cominciava lentamente ad invecchiare, sulle strade si allungavano pigramente le ombre delle montagne, rosse e lontane, a ricordare che il cielo altro non è che una sbiadita promessa. I passi claudicanti del tenente Villantonio risuonavano in tutta via degli Archi, scandendo il ritmo della campana dell’ospedale che suonava i vespri. L’aria cominciava a farsi di un torbido freddo pungente, avvolgendo le anime in una strana tristezza che le portava al magone e alla crudele malinconia. Un sentimento giustificato, la morte sempre più prossima delle giornate faceva da monito ai viventi, ricordando che ogni giorno vissuto è un giorno in meno da vivere.
Quel giorno stava morendo piano, inesorabilmente, per nascondersi dove nessuno avrebbe più potuto trovarlo. Oltre ai campi infiniti non sopravive niente, il sole va a spegnersi sulle lande spoglie, dietro al muro degli alberi stanchi, pronti a fuggire anch’essi oltre alla soglia dell’ombra, da cui sarebbero ritornati solo dopo molto tempo. Tutto si stava allungando, come il sospiro di una vedova, il tempo si addormentava, la luce si affievoliva e le foglie già morte cadevano a terra, negli angoli dimenticati, dove il vento esausto le aveva poste in silenzio, frusciando piano nei vicoli stretti. Sembrava che fosse arrivato un momento ultimo, oltre al quale nulla sarebbe più esistito. Una fine, se così la vuole chiamare, un punto di non ritorno, una porta spaventevole e grande che ci spaventa, ma nella quale non possiamo fare a meno di entrare.
Dove riposi chi quelle porte ha costruito non lo sa nessuno. Ci rimane soltanto una traccia, sotto la ruggine dei cardini, a ricordare che l’umana specie non è adatta alla perfezione, ma è condannata ad una perpetua imitazione ed emulazione di splendenti sistemi.
Persino la voglia di esser felici abbandonava spietata tutti quanti, spingendoli nella buia gola della rassegnazione. Costretto ad accontentarsi di essere umano, il tenente girava la chiave gracchiante nella toppa, pensando che non avrebbe mai saputo quale sarebbe stata l’ultima volta in cui avrebbe potuto udire quel suono. Arrivata al termine della corsa, la serratura si arrestava, così come la chiave. Allora il tenente la rigirava dall’altra parte, serrando di nuovo l’uscio, fino a quando non avrebbe potuto girarla di più. Andò avanti qualche minuto, girando in perpetuo la chiave stanca, intristendosi all’idea che essa non potesse andare oltre un muro beffardo. Poteva soltanto uscire tornando da dove era venuta, non aveva speranza di scoprire nulla che non conoscesse già.
Un sospiro si unì al suadente silenzio impossibile che pareva trionfare e fallire in ogni momento, vinto dalla forza di sciocchi suoni, effimeri per altro, che non durano più di uno schioccar di dita.
“Bagatelle” pensò il tenente, figurandosi l’immagine di bolle nodose fluttuanti per la sua testa, nere e scomposte. Decise di tornare indietro, o di andare avanti, inseguendo la ritirata del sole morente, per respirare quando esso avrebbe esalato l’ultimo dei suoi sospiri. Si avviò così verso la piazza, che trovo vuota, e prosegui ad occidente, seguendo il groviglio di vie che gli allungava il percorso, decidendo dove mandarlo e dove farlo arrivare. Il tenente oramai conosceva le strade, non lo ingannavano più come una volta, ogni divertimento, ogni scherzo era finito. La luce stava morendo.
Quando le strade cominciavano a farsi in salita, Villantonio seguì la direzione che gli indicavano i suoi passi.
Arrivò al vicolo dei vetri, le cui finestre delle case si mostravano inclementi verso il visitatore estraneo, illuminate e sordide, vecchie e impazienti di finirla con la loro futile vita di barriere, buone a tener lontano ogni cosa fuorché lo sguardo di chi le infilzava.
In cima al selciato della breve strada si intravedevano le foglie del vecchio rovere, scosse da un tremito misterioso di cui nessuno conosceva il nome. Alla vista di una donna lì sotto, posata sulla nuda terra, il tenente si fermò, ravvisando in quella figura di spalle un singolare, avvincente fascino. Dall’abito rosso si allungava una lunga catena di piume bianche, prima avvolte al collo, poi struscianti sul duro terreno per molti passi, disegnando candide curve tortuose.
La donna avvertì la presenza del tenente e si volse verso di lui, mostrando il volto mite e rassegnato. Era la vecchia madre di Ultima, silenziosa e magnifica, immobile, stagliata con violenza sulla luce morente e sempre più fioca.
L’animo del tenente Villantonio era turbato da quella presenza, nello stomaco gli s’infilò la nebbia e gli sollecitò una lacrima, non di tristezza, né di dolore, una lacrima di rinuncia, di abbandono, causato dal non saper comprendere e dal non saper amare.
«Vi piace il mio foulard di piume?» disse la dama dalla voce tremante.
Il tenente non rispose, guardò gli occhi introvabili della donna e non sorrise, non mosse un muscolo, né parlò prima di aver ascoltato le sue parole. Gli piacevano quelle piume, lo ammetteva a se stesso, lo ammaliavano come lo ammaliava la figura di quella donna minuta.
«Sì, è molto bello, indubbiamente. Mi piace.» disse, poi aggiunse: «Il vostro foulard di piume.»
La donna forse sorrise, quando del sole non rimaneva che un cieco bagliore, percettibile appena, oltre il tronco del rovere. Si girò nuovamente verso l’infinito, gettando lo sguardo oltre la barriera invincibile delle montagne.
«Me lo ha regalato il mio marito. Quando ci siamo amati.» disse piano, quasi sussurrando, carezzando con una mano le piume che le cingevano il collo. Poi venne il vento, e inaspettatamente sparse via le piume nel cielo, tutte, sfasciando l’elegante foulard in una nube scomposta che volava nell’aria. Mobile e leggera superò il rovere e si fece largo fra le montagne, che si spostavano, si aprivano a valle dove le piume candide passavano, senza osare interrompere la loro corsa infinita. Andavano a raggiungere il sole morente, annegando nell’oblio e nell’ultimo rossore, andavano a bruciarsi con il fuoco tardo degli amori morti, degli amori spenti e dimenticati, di cui nessuno si cura perché recano solo dolore ad un animo già afflitto.
Mobile e leggera la nube sparì scindendosi in mille parti, eleganti e gentili, sfuggendo agli sguardi umani che la inviavano, spiandola mentre si librava nell’infinito e nella libertà.
Il buio era adesso sovrano e il tenente Villantonio si ritrovò da solo, con l’animo sconsolato e i piedi ben fissi sul terreno, sebbene le gambe tremanti tradissero il suo equilibrio, già precario per la stanchezza. Ritornò indietro, zoppicando sul selciato e calpestando i tondi luminosi proiettati dai lampioni, guardando la sua ombra che giocava e si divertiva a superarlo e a corrergli dietro per sorprenderlo alle spalle poco dopo.
Via degli Archi era ancora buia. Il tenente vi entrò sospirando, lasciata la piazza, sprofondando nelle tenebre della via, in silenzio, col solo suono del suo irrimediabile zoppicare; vi entrò per non uscirne mai più.

Ivan Lejeune

L’appuntamento

Anche tu sai che non ne vale la pena, che tutto quello che potrai ottenere sarà un’altra delusione. Hai passato più di anno cercando di dimenticare, questo te lo ricordi? Dimenticare le tue colpe, le sue, le cose che sono andate male, che hanno condotto a quella drammatica fine. Ci hai lavorato tanto, hai pianto, da solo e con altri, ti sei fatto tanto male senza che fosse necessario, e adesso ti senti abbastanza sicuro da poter dire che per te è finita, che hai dimenticato tutto e che puoi ricominciare daccapo. Però la notte quando non riesci a dormire torni a prendere il telefono, a guardare la foto che ha messo, a leggere il suo numero e ad assaporare il dolce modo in cui ogni cifra corrisponde a quelle nella tua mente. E poi tu saresti quello che ha dimenticato tutto. Ma ora non importa, ti dici, ora c’è un’altra storia, che inizia come quella precedente e che non sai come arriverà al suo termine, sai solo che ti porterà di nuovo tanto dolore. Ne vale davvero la pena? Infondo tu sapevi che non era una storia sana, che i tuoi desideri non avrebbero trovato compimento, sapevi che sarebbe rimasto tutto un’illusione, a meno che non fossi riuscito a cambiarla. E invece niente, hai voluto perseverare nella tua follia, ti sei fatto scoprire una volta ma non ti è bastato neanche quello. Dove speravi di arrivare? L’importante di queste esperienze non è uscirne vivi, è imparare la lezione ed evitare che capitino di nuovo. Ma non ti importa niente, hai deciso lo stesso di iniziare, non sarò certo io a fermarti. Almeno abbi la dignità di non renderti ridicolo. Si vede davvero che sei innamorato, quella non è ancora a centro metri da te che tu già non capisci più niente, fingi di guardare i manifesti appesi alla bacheca, sotto al lampione, ma si vede che non lo fai per davvero. Sei tutto preso dall’appuntamento che vi siete dati, perché è la prima volta che esci con lei e ci tieni che tutto vada per il meglio. Hai prenotato in un ristorante di lusso, roba da mi infilo nelle tue mutande prima ancora che tu te ne accorga, hai organizzato una serata da galantuomo, ti sei messo il vestito buono, hai messo anche i gemelli, cosa pretendi che possa andar male? La stretta di mano, ma certo. Stringerle la mano o no? Meglio di no, meglio un baciamano ti dici, una cosa chic e disimpegnata. Ma se le desse fastidio? Magari sono meglio due baci, la tieni per le spalle, anzi, le tocchi appena la spalla sinistra e lasci che tutto venga da sé. Non hai tempo, è quasi arrivata, hai le mani sudate, dovresti asciugarle. La guardi e le sorridi mentre si avvicina, lei fa lo stesso, ti ammalia con il suo sguardo. Ha un cappottino bianco che è la fine del mondo, hai sempre odiato le pellicce ma non puoi fare a meno di amare quella che ha sul collo. Alla fine è lei che ti dà la mano, tu la stringi piano, le metti l’altra sulla spalla e fai per darle due bacetti. Ti sta guardando male, forse è meglio di no. Allora la mano sulla spalla a cosa è servita? Un po’ di imbarazzo era quello che ti serviva. Andate al ristorante, lei è estasiata dalla sontuosità di quel posto, un po’ meno dalla scarsità dei piatti. Ma cosa vuoi farci, qualità e abbondanza sembrano inconciliabili in cucina. A te interessa davvero quello che sta dicendo? Parla di quello che sa fare con un nastro e delle scarpette da ballo. No, in effetti non ti interessa, la danza non ti è mai piaciuta, figurati. Però lei è bella, quasi quasi ti piacerebbe vederla danzare un attimo, nel suo abitino confetto che ne esalta le forme. Ha un vestito senza scollatura, roba da se mi metti le mani addosso ti ritrovi in questura prima ancora che tu te ne accorga. Meglio così, non sarebbe stato bello rovinare tutto subito. Lei ha smesso di parlare, fai pure qualche verso, di’ pure le solite parole di circostanza, fai pure finta di masticare, ma prima o poi dovrai dire qualcosa anche tu. Qualcosa che le interessi. Se parlassi di te? No, non è mai bello, allora cerca di collegarti al suo discorso, forza, è già da un po’ che mastichi quella fetta di filetto. Ti inventi di una nipote che fa danza classica, è giovane ma molto brava, la maestra dice che è una delle più promettenti della sua scuola. Veramente ti sei dovuto inventare una cosa del genere? Guarda che se ti chiede i dettagli devi fare attenzione, inventare non è mai così facile come sembra. In fondo non verrà mai a saperlo, però hai un dubbio, se la volesse conoscere, se la volesse veder ballare? Ma che te ne importa, ha già vuotato un bicchiere, sarà già bello se dopodomani si ricorderà di tutte le sciocchezze che le hai detto. Non hai grande stima dei tuoi argomenti, bisogna dirlo. Comunque arrivate al caffè, tu lo prendi amaro, lei con doppio zucchero, non c’è neanche abbastanza caffè da farlo sciogliere tutto. Lei si stupisce a vedere che tu lo prendi così, ti chiede come fai. Questa domanda inizia davvero a seccarti, non puoi davvero fare un’eccezione per lei? No. Ma certo che sì, forza, rispondile con garbo e con un sorriso, se allunga la mano sul tavola tu prendigliela e guardala negli occhi. Sarà il massimo che potrai ottenere da quella serata. Paghi tu, uscite senza troppa fretta, andate fino alla macchina, il vino ti aiuta a parlate con più piglio, non ti dispiace. Ma devi anche guidare. Ti fermi davanti casa sua, lei scende, scendi anche tu, la accompagni fin davanti al portone, parlate un attimo, vi dite le solite parole che si dicono da sempre, da quando esistono un portone e un appuntamento. Lasci che entri, non vuoi neanche darle troppa importanza. Poi vai a casa tua, senza fermarti, arrivi nel piazzale con la macchina, non la metti in garage. La spegni ma non scendi. Rimani un attimo a pensarti, ti chiedi se davvero sei felice. Prendi il telefono, che sembra una risposta migliore, apri un attimo la vostra conversazione. Poi le auguri la buonanotte, senza neanche curarti di sapere se in quel momento è tra le braccia pelose di un altro uomo più grande di te. Davvero questo ti fa sentire un uomo migliore? Avrebbe potuto farti salire in casa, chiederti di dormire da lei. Nel peggiore dei casi avreste finito con dello scotch liscio sul divano, senza scarpe, tu con la camicia un po’ sbottonata e gli occhi persi nei suoi. Poi la baci e te ne torni a casa. Invece sei già lì, devi farti quattro rampe di scale perché Dio ha voluto che le pene d’amore si scontassero anche fisicamente, ti togli le scarpe sul pianerottolo, provi tre chiavi prima di trovare quella giusta, entri e dai da mangiare al gatto. Lui sì che ti vuole bene. La casa è muta, il cibo del gatto ticchetta nella ciotola, senti lo sciabordio dell’acqua, non sai cos’è finché non ti ricordi che ti stai facendo una doccia. Sei stanco morto, e domani devi andare al lavoro. Ti corichi con solo la maglia del pigiama, senza neanche curarti di metterti un paio di pantaloni. Controlli il cellulare, per vedere se ha letto la tua buonanotte, o almeno se l’ha ignorata. No, l’ha vista e l’ha ricambiata. Ti prendi il privilegio di sentirti di nuovo felice. Ne vale davvero la pena?

Ivan Lejeune